UNA STORIA ITALO-UCRAINA

UNA  STORIA   ITALO -  UCRAINA

 

FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA

 

 

 

Marussia Galmozzi Cremaschi1

Giugno 1945. La guerra è terminata da poco. Nello studio medico comunicante con l'appartamento,mio padre,il dottor Ferruccio Galmozzi, primario nel reparto di pneumologia presso l'Ospedalemaggiore di Bergamo,riceve i suoi pazienti per visite private.Ad un certo punto lo vediamo uscire dallo studio, entrare in soggiorno e chiamare mia madre: “Vieni - le dice -c'è una sorpresa per te”; noi figlioli siamo curiosi. Mia madre entra nello studio e vi trova (ci racconterà poi) una giovane coppia. La ragazza le si rivolge in russo: “Zdravstvujte, Lisaveta Nikolàevna! Menjà zovùt Anna; jarusskaja iz Ukrainj! (Buongiorno, Elisabetta Nikolàevna! Io mi chiamo Anna: sono russa, dell'Ucraina)”. Miamadre è commossa. Da quanto tempo non sente parlare in russo?Ed ora una breve spiegazione è di dovere. Mia madre è russa, è giunta in Italia nel lontano 1908 per studiaremedicina. Le donne russe ebree a quel tempo non potevano accedere alle facoltà universitarie; perciò elladecise di venire a studiare in Italia, precisamente a Torino. Mia madre è diventata medico e si è poi sposatacon un suo compagno di università, mio padre. Ma in Russia non è più potuta tornare. C'era la rivoluzione, sierano chiuse le frontiere, arrivavano da là poche e tristi notizie: carestia, povertà, malattie, morti...La coppia che si trova nello studio di mio padre è formata da un bergamasco, ex prigioniero di guerra inGermania, sua moglie, russa, internata in Germania, e sposata là in condizioni difficili, per non diredrammatiche. Sono arrivati finalmente in Italia, dopo molte peripezie, alla fine della guerra.Ma ecco la loro storia, come la raccontarono allora a mia madre, nella commozione di entrambe, e come poitante volte ancora l'hanno raccontata a me, e come l'ha descritta in lingua russa un amico ucraino, giornalista, Nicolaj Kravcuk.Ho messo insieme i racconti di tutti; in questi ricordi tutti riviviamo.
“La nostalgia mi assale sempre più e mi spinge verso quei luoghi dove vicino agli steccati del paese di Russiskij correva a piedi nudi la mia infanzia...” Questa frase è stralciata da una delle recenti lettere che Anna scrive e spedisce da Bergamo in Ucraina alle sue amiche d'un tempo.L'Ucraina faceva una volta parte della Repubblica socialista sovietica, la grande Russia. Si separerà perdiventare indipendente nell'anno 1923. La rivoluzione comunista dopo tante promesse, dopo tante speranze,aveva portato solo guai alla popolazione, e in ultimo anche la guerra. La lieta infanzia di Anna che correspensierata dovrà diventare adulta prima del tempo e dovrà correre per altre vie. Verso destini mai primapensati.
Si è alla vigilia della seconda guerra mondiale: carestia, povertà, disagi pesavano sulla popolazione, chemoriva di fame e di stenti. Morì troppo presto anche Matrjona, la giovane madre di Anna, subito seguita dalmarito Demjan. Anna aveva dieci anni, il fratello Petrik ne aveva nove. Riuscirono a sopravviveredissotterrando a fatica, quando iniziava il disgelo, qualche patata dell'anno precedente. Il Kolchos del postoorganizzava ogni tanto un pasto caldo per i bambini rimasti orfani. Anch'essi venivano invitati a partecipare equesto dava loro un po' di felicità.
DALL'UCRAINA A BERGAMO ATTRAVERSO LA GUERRA BERGAMASCA1
Anna aveva un carattere forte, ma Petrik era debole, agitato: chiedeva continuamente alla sorella: “Anna, èvero che morirò? Io voglio vivere, voglio vivere...” Anna lo consolava, gli rispondeva: “Sta tranquillo, Petja, non morirai, vedrai, vivremo tutti e due”. Ma Petrik morì, e Anna rimase sola, senza neppure quel fragile fratellino da proteggere, che dava uno scopo alla sua vita. Nei primi tempi Anna visse in casa dello zio Josif, fratello del padre, impietositosi di questa ragazzina, abbandonata a se stessa. Ma la zia Maria era tutt'altro che soddisfatta di tenersi in casa, in aggiunta ai suoi tre figlioli, un'altra bocca da sfamare. Perciò Anna per guadagnarsi il cibo che mangiava, ebbe il compito di condurre al pascolo e di sorvegliare le mucche degli zii. Ma le capitò un guaio molto serio. Un giorno, mentre era come al solito al pascolo con altre otto ragazze coetanee, queste decisero di recarsi nel bosco vicino in cerca di funghi, e affidarono le loro mucche (una cinquantina) ad Anna. Le mucche brucavano placidamente, un tiepido sole traditore la scaldava, ed ella, sola e stanca, si sdraiò sull'erba accanto alle mucche e senza accorgersi si addormentò. Ma fu ben presto svegliata da grida e da pedate. Le compagne erano tornate con i loro cestini pieni di funghi e non avevano più trovato le mucche. Si erano smarrite? Erano state rubate? Per quante ricerche furono fatte, non se ne ebbe più notizia. Le mucche erano sparite nel nulla.
La rabbia delle ragazzine si sfogò ancor di più sulla povera Anna che piangeva disperatamente per il dolore e l'umiliazione.Ma esiste un detto: “Non tutto il male vien per nuocere”. E così fu per Anna. Qualcuno dei compaesanis'interessò a lei e le trovò una sistemazione. Fu messa in un orfanotrofio, che divenne per parecchi anni la sua casa, e le diede la possibilità di frequentare la scuola. Qui tutte le compagne divennero sue amiche. La cuoca, che era una brava e buona donna e che lei chiamava “zia Varvàra”, la coccolava; e più di tutti la proteggevano i suoi insegnanti, Irina Josìfovna Stanchnevic e Aleksej Timofeevic Gàncenko. Per un certo tempo poi visse in casa Gàncenko, come figlia, tanto che Anna considerava sue sorelle Galja, Sasca, Lidia, figlie del suo insegnante. E arrivò la conclusione dei sette anni di scuola.
Che fare? Anna era sola, non aveva legami nel suo paese, pensò che sarebbe stato importante per lei andare via da lì, partire per cercare un posto nel vasto ignoto mondo, là dove si vive 'come si deve'. Ma un grave contrattempo le impedì di realizzare il suo sogno. Fu colpita da una seria affezione reumatica, che la costrinse a letto per parecchio tempo.
Soltanto nell'autunno del 1940 poté realizzare il suo desiderio di cercarsi da sola il luogo che certamente leaveva preparato il destino. Si stabilì a Donbass, località a mille chilometri di distanza dal suo paese. Il 30
maggio del 1941 ottenne il diploma di telefonista a conclusione dei corsi che aveva seguito presso l'Istituto Fzo, nella scuola di avviamento professionale dello stabilimento chimico di Gorlovka. Il primo giugno del 1941 fu assunta proprio in questo grande stabilimento statale con la mansione di motorista di rifornimento idrico. Vi rimase fino al 13 ottobre del 1941.
Ma intanto nel mondo impazzito era scoppiata la guerra, una guerra che avrebbe dovuto essere 'lampo', mache si protrasse per lunghi anni portando dappertutto distruzione e morte.La notizia della guerra sorprese Anna nel Circolo dello stabilimento durante le prove di una attività artistica dilettantistica. Era il 22 giugno del 1941: data che è rimasta ben impressa nelle memoria di Anna.
Questi infatti furono gli ultimi sprazzi di allegria giovanile. Sarebbero sopraggiunti per tutti giorni burrascosi,pregni di inaudita violenza. Per giunta improvvisamente si manifestò in Anna una nuova malattia, una pleurite grave, la cui causa i medici attribuirono agli anni di fame passati nella sua condizione di orfana e le cui conseguenze si protrassero per molti anni ancora. Ed altre avversità si aggiunsero: durante la sua degenza in ospedale lo stabilimento chimico dove aveva studiato e lavorato e al quale era rimasta affezionata, fu trasferito nella lontana Siberia, misura cautelare per la prevista imminente comparsa dei tedeschi. Ed un altro grave episodio la colpì direttamente: un mattino di novembre se ne andarono dall'ospedale tutti i medici abbandonando i malati a se stessi. In aiuto ad Anna venne subito la sua amica Natalia, che condusse lei,malata, debole, priva di medicinali, in un edificio semi deserto e freddo (era un vecchio convitto), che era riuscita a trovare fra quelli abbandonati dagli abitanti impauriti dall'occupazione nemica. Sistematesi come meglio potevano, si misero alla ricerca di cibo; non trovarono nulla purtroppo, ma, aggirandosi per i campi abbandonati di Gorlovka, videro occhieggiare dalla terra alcune patate gelate; le raccolsero e con queste riuscirono poi a prepararsi delle ciambelline, i classici blinj russi. Rovistando poi nella casa trovarono delle gallette e delle conserve alimentari, lasciate dai soldati dell'armata rossa, che si erano ritirati al di là del Don.
Era in corso infatti l'occupazione della Russia da parte delle truppe tedesche e delle truppe alleate italiane.Le due ragazze stavano ancora dormendo, quando sentirono bussare alla porta del convitto. Esse aprirono la porta e si trovarono di fronte un branco di uomini stanchi e affamati (erano italiani) che portarono via tuttoquello che era rimasto, gallette e conserve. In quel frangente Anna non poté certo immaginare che un giorno la sorte capricciosa l'avrebbe fatta incontrare con altri italiani, quelli 'veri' come ebbe a giudicare lei più tardi, persone di animo generoso e disponibile.
Dopo questo episodio, le due ragazze, spaventate, decisero di andarsene subito, di trovare una strada che le portasse il più lontano possibile dalla guerra, dai militari, dalle continue difficoltà. Natalia si sarebbe direttaverso Poltavscina, sua residenza, Anna verso il suo paese, Rossiskij. Confezionarono dei grandi sacchi, vi introdussero i loro pochi averi, e, dopo aver ricevuto nell'ufficio del comando militare tedesco il salvacondotto, si diressero ognuna per la strada che avevano scelto.
Come Anna riuscì a sopravvivere su quella gelida strada percorsa a piedi, da Gorlovka fino a Rossiskij distante più di 1.000 chilometri nel tardo autunno dell'anno 1941, non sa ancora spiegarselo, se non attribuendo il risultato alla protezione divina in cui lei credeva fermamente.
Novembre avanzato aveva già ricoperto con la prima neve il terreno gelato; unica compagnia erano i corvi che si aggiravano sui solitari pagliai emettendo i loro striduli versi. Le ragazze avanzavano nel breve giorno autunnale di quindici, sedici chilometri e verso sera, stanche e assonnate, chiedevano ospitalità per la notte nel primo villaggio che trovavano. Le persone di buon cuore le accoglievano, le facevano scaldare accanto al camino, offrivano loro la cena, e al mattino quando ripartivano davano loro qualcosa che le potesse sostenere lungo la strada.
Consumavano il loro povero pasto in qualche angolo un po' nascosto, protetto dal vento, alriparo offerto da un pagliaio. La paglia esalava un tepore estivo, rammentava il paese natio, e tutto questo lesollecitava di nuovo a ripartire per quella strada aperta a tutti i venti. Nei pressi di Poltava le due amiche si separarono e non riuscirono più a rivedersi. Questo fu il loro addio per sempre.
Anna, rimasta sola e triste, dopo una breve sosta, si rimise in cammino e dopo cinquanta giorni percorsi a piedi,giunse finalmente al suo paese, Rossiskij. Col cuore che le batteva per l'emozione si avviò verso un gruppo di case; qui incontrò una sua compagna di scuola, che la accolse festosamente, le raccontò tutto quello che era successo nell'anno trascorso, in particolare i sei mesi dell'occupazione tedesca.
Per Anna si pose un nuovo problema. Non aveva parenti vicini, non aveva una casa: che fare? Nei primi tempi fu sistemata nell'ex convitto dell'Istitutrice Evgenja Riavanovkaja, poi l'accolsero i coniugi Skrizki... Era sbattuta,per fortuna generosamente, di qua e di là. In ultimo i parenti si accordarono con la famigliola a cui avevano dato in affitto una loro casetta con orto e giardino, affinché Anna abitasse con loro. Così la sua vita cambiò ancora una volta; doveva vivere con una famiglia estranea, il che però non le dispiacque: non era più sola.
Era tornata, aveva lasciato alle spalle la guerra. Era di nuovo qui, nel suo paese, la vita forse sarebbe diventatapiù facile, più serena. Era il maggio dell'anno 1942. Erano fioriti rigogliosi i giardini, nei prati era spuntata la tenera erba, negli ortierano state piantate le patate. Rifioriva la natura, ma Anna non immaginava allora che questa allegraesplosione della primavera sarebbe rimasta per tutta la vita l'inestinguibile ricordo della terra natia. S'accorseche la guerra non era rimasta lontana. Avanzava dappertutto ed anche il placido paese di Rossiskij ne fu sconvolto. Anche qui erano arrivate le truppe tedesche, che ben presto si erano messe a dare ordini, a imporre i loro decreti.
Un giorno si diffuse la notizia che erano state compilate liste di nomi di adolescenti e giovani, maschi e femmine, che sarebbero stati deportati in Germania nei campi di lavoro coatto; nelle liste si trovavano anche i nomi di Anna e della cugina Natascia. Gli avvisi erano arrivati casa per casa: il giorno 22 dovevano presentarsi al treno della stazione di Tetìev. Lo starost del paese si rivolse alla dottoressa rionale della Commissione per informarla che Anna era malata da tempo, già da prima della guerra; forse avrebbero potuto escluderla dal reclutamento. Ma la dottoressa rispose: “Quando arriveranno là, ci sarà un altro controllo medico. Nel caso, la rimanderanno indietro”. Ma non ci fu nessun controllo medico e nessuno la rimandò indietro.
Arrivò il giorno della partenza, che avvenne dalla stazione di Tetìev. Qui i ragazzi, le ragazze ed un uomo adulto per ogni famiglia di Rossiskij furono spinti tutti insieme in un vagone merci. Era la sera del 22 giugno 1942: attraverso i finestrini protetti da inferriate si accomiatavano da loro il limpido cielo di maggio e le stelle che brillavano a illuminare le loro case, il loro campanile, la loro terra che stavano abbandonando.
Il treno procedeva lentamente, per ore e ore... I giovani avevano sonno, erano tormentati dalla sete. Tuttiavevano con sé una bisaccia con qualcosa da mangiare durante il viaggio. Solo per Anna, che era orfana, nessuno aveva preparato qualcosa. I compagni divisero con lei quello che avevano; più di tutti si interessò a lei la cugina Natascia, ragazza tranquilla, molto pia e molto spaurita di fronte all'ignoto futuro, quel destino che l'aveva strappata per la prima volta dalla casa paterna. Anche per questo essa si appoggiava ad Anna, che aveva oltre che qualche anno più di lei, un carattere forte ed era già vissuta in mezzo alla gente, sopportando coraggiosamente tante sofferenze.
Giunti a Varsavia, dopo qualche giorno, i deportati estenuati dal lungo viaggio, furono divisi in gruppi. Mescolati a loro c'erano anche molti ragazzi e ragazze ebree, i quali all'inizio della guerra con l'aiuto di autorità locali avevano cambiato nome e cognome e si facevano chiamare da tutti col nuovo appellativo.
Perciò anche i compagni di sventura, a conoscenza o no della loro origine, non erano preoccupati per loro. Ma, al momento della divisione in gruppi, questi ragazzi furono messi tutti insieme (nessuno si chiese perché) e fatti partire su un treno, mentre loro venivano distribuiti in quella zona. Nessuno si preoccupò. Conobbero la verità solo alla fine della guerra. Quel famigerato treno li aveva portati ad Auschwitz. E da lì nessuno tornò.
Alle ragazze provenienti da Rossiskij, qualcosa almeno andò per il verso giusto: non furono separate e tutte insieme proseguirono verso la loro destinazione. Arrivarono ben presto alla stazione della grande città tedesca di Erfurt e dopo poco si trovarono nella cittadina di Zella-Mehlis. Qui sorgeva la grande fabbrica della Mercedes, che costruiva allora macchine stampatrici e carri armati. E qui ebbe inizio per Anna una nuova vita, quella di deportata di guerra.
Vivevano in lunghe baracche di legno, dormivano su tavolacci a tre piani, con materassi e cuscini riempiti disegatura, ma avevano almeno lavamani con acqua calda e sapone e degli armadietti individuali dove riporre le loro povere cose. I tedeschi davano loro da mangiare soltanto perché i loro “schiavi” (così essi si autodefinivano) non morissero di fame e producessero al massimo. All'inizio della settimana consegnavano loro un pezzo di pane nero, un po' di margarina, un po' di marmellata (al posto dello zucchero) ed ogni giorno minestra, crauti e patate e surrogato di caffè. Le ragazze avevano ricevuto da indossare un'uniforme aziendale,che consisteva in un grembiule verde sul quale era cucita in alto la sigla Ost (Ost Arbeiter = lavoratore dell'est).
Le uniformi erano state così marcate affinché nessuno potesse rubarle, scherzavano amaramente tra loro leragazze. La domenica, secondo il rigido scrupoloso ordine tedesco, erano libere dal lavoro. Allora le ragazze si occupavano delle proprie necessità: lavavano i panni, aggiustavano gli indumenti, scrivevano lettere da inviare a casa, cantavano con malinconia le canzoni della loro terra lontana, rievocavano tra le lacrime il loro paese natio.
E così, settimana dopo settimana, si snodavano in modo snervante giorni e giorni uniformi, monotoni,tristi.Ma l'uomo riesce a sopravvivere anche in condizioni difficili, spesso inumane, perché sa adattarsi a tutte le condizioni e trovare il modo di reagire per continuare a vivere.
Anna nel ricordare la sua Ucraina lontana, aveva sempre presente la sua insegnante di lingua tedesca, JuliaRomànovna. Le riuscivano utili in questo frangente le parole straniere così ostiche rispetto alla dolce parlata ucraina, parole che le sembravano allora inutili, ma che ora tornavano veramente di grande utilità. I sorveglianti dello stabilimento infatti notarono subito quella ragazza svelta e capace che riusciva sempre ad aiutarli nei rapporti con gli altri. Senza rendersene conto, era diventata una “interprete avventizia”, il che le aveva reso meno pesante la sua situazione di 'schiava'.
Delle persone che frequentò in quel periodo, Anna ricorda ancor oggi la fortuna di aver incontrato Matilda Aschenbach, una tedesca buona e comprensiva. Colpita da malattia, era stata ricoverata nell'infermeria dellostabilimento. Qui Matilda aveva conosciuto e ben presto stretto amicizia con la crocerossina Elsa, alla qualeera necessaria un'interprete per poter usare l'apparecchio radioscopico. Anche in questo caso tornò utile l'intervento di Anna. Quando Matilda guarì, tornò a casa, alla sua piccola azienda di birra e chiese alla polizia  ed al direttore della Mercedes se potevano darle in aiuto Anna che aveva conosciuto all'infermeria, avendodiritto ad un sostegno perché aveva due bambini piccoli e suo marito era in guerra. Ed Anna pur continuando di sera il suo lavoro alla Mercedes, cominciò a lavorare di giorno in casa Aschenbach.
Anna nella sua vita aveva spesso incontrato persone buone e sensibili; anche questa volta la provvidenza non l'abbandonò. La quarantenne Matilda, educata dai genitori alle idee di fraternità e di pace, aborriva la guerra e coloro che l'avevano provocata, in particolar modo Hitler e la sua brutale volontà di potenza. Fu certamente per questo motivo, quasi volesse rimediare alle colpe dei nazisti, che si affezionò a quella sfortunata ragazza ucraina, che ben presto divenne quasi una di famiglia in casa Aschenbach. Anna cominciò ad aiutare Matilda nella sua piccola azienda di birra. Lavava il vasellame, versava la birra nelle bottiglie, riforniva i clienti girando di casa in casa su un docile cavallo. Per questo lavoro la padrona la ripagava con cibo, vestiti e, soprattutto, col suo sostegno morale.
Dopo un anno trascorso in Germania in mezzo alla gente comune, Anna capì che non tutti i tedeschi eranonazisti, che non tutti sostenevano Hitler, che anche in questa terra non erano morti bontà ed amore...
Qualche anno fa, Anna andò a Erfurt, a Zella-Mehlis a cercare i suoi ex padroni amici. Con grande dispiacere apprese che frau Matilda era morta e trovò solo il fratello Erich, ormai vecchio ed ancora sconvolto dai tragici ricordi della guerra. Alla fine dell'estate del 1943, nello stabilimento della Mercedes comparvero dei soldati italiani prigionieri diguerra. Com'erano diversi da quei loro connazionali che per primi dopo la ritirata dell'armata sovietica, eranoentrati da prepotenti a Gorlovka! Questi erano abbattuti, sporchi, neri di barba da lungo tempo non curata, e sembravano più smarriti e deboli delle donne lavoratrici, marcate con la scritta Ost. Ma poco dopo avvenne un brusco cambiamento, che stupì oltremodo le ragazze. Queste erano sedute ad un lungo tavolo per cenare,mentre non lontano da loro ad un altro tavolo si erano messi i soldati italiani. Improvvisamente da quella parte si levarono voci agitate ed irose: i soldati litigavano senza alcun ritegno, con grande meraviglia delle ragazze che li osservavano preoccupate; essi erano irritati con il loro compagno incaricato di distribuire la minestra.
Costui, secondo gli altri, versava da un grande recipiente con un grosso mestolo quantità diverse di minestra, più densa per alcuni, più brodosa per altri, secondo le sue simpatie. Evidentemente la stanchezza, la fame, la sofferenza avevano momentaneamente fatto perdere a tutti il senso della dignità. La situazione cominciò ad infastidire il sorvegliante tedesco, che cercò una via d'uscita: ordinò ad Anna, che conosceva la lingua tedesca meglio delle altre ragazze, di sostituire colui che distribuiva la minestra. Ne lui ne nessun altro potevano immaginare, naturalmente, che questo modesto incarico sarebbe stato per Anna l'inizio di una nuova e questa volta felice avventura. I litigi cessarono: i soldati si avvicendavano in una fila tranquilla con la loro gavetta militare in mano verso la ragazza che aveva sostituito il loro compagno e col loro sorriso la ringraziavano uno ad uno per la quantità giusta ed eguale che distribuiva. E il lavoro procedeva così con maggior tranquillità.
Uno degli italiani, un giovane dai capelli scuri, dall'atteggiamento riservato, non s'affrettava, chissà perché, a mettersi in fila come facevano gli altri; sedeva al suo posto e aspettava pazientemente. E naturalmente sul fondo della pentola erano rimaste ormai poche mestolate di minestra. “Su, gliela porto io”, propose ad un certo punto Olga, l'amica di Anna che l'aveva affiancata nell'incombenza. Anna versò la parte più densa di quel che era rimasto; l'italiano ringraziò con un sorriso imbarazzato. E così ebbe inizio la loro conoscenza. Lui si chiamava Francesco C., aveva poco più di ventiquattro anni, era nato in provincia di Bergamo, in Lombardia eprecisamente in un grosso paese suburbano, dove viveva con i genitori e due fratelli. Da quel giorno Francesco comparve molte volte nelle vicinanze del posto di lavoro di Anna; talvolta arrivava fino alla baracca. Un po' alla volta avevano imparato a chiacchierare tra di loro in una strana lingua, un misto italo-tedesco, ma (miracolo!) Anna capiva quasi tutto dei racconti che lui le faceva.
Ben presto seppe tutto di lui, conobbe anche quali alberi crescevano in Italia, quali verdure e quali frutti, checosa mangiavano e bevevano gli italiani, quali canzoni cantavano e come lì rispettano le donne e amano ibambini. Capì anche il triste e furente racconto che Francesco le fece della sua cattura da parte dei militari tedeschi.
Le raccontò che il 25 luglio del 1943 in Italia era caduto il regime fascista, a capo del quale stava Mussolini, il Duce, che scimmiottava Hitler e la sua arroganza. Il maresciallo Badoglio, incaricato dal re di costituire il nuovo governo l'8 settembre dello stesso anno, purtroppo si ritirò nell'Italia del sud, nel frattempo occupata dagli alleati angloamericani, lasciando allo sbando l'esercito italiano. L'esercito tedesco iniziò allora l'occupazione del territorio italiano. I tedeschi che si trovavano a Bergamo circondarono la caserma dei carristi tra i quali militava Francesco; caricarono tutti i prigionieri su vagoni bestiame e li trasportarono nella città tedesca di Erfurt, a lavorare nel grande stabilimento della Mercedes. Anche Anna raccontò di sé, della lontana Ucraina a lui sconosciuta, del suo paese Rossiskij, della sua vita solitaria di orfana e di come era finita nel campo di concentramento tedesco.
Lenti intanto si susseguivano i giorni di 'schiavitù', giorni, settimane, mesi, nel mondo senza speranza. Ma Anna si sentiva già sicura, protetta, avendo accanto a sé questo giovane schietto e leale, che provenivadalla lontana città di Bergamo; si era ormai abituata al suo sguardo amichevole, rassicurante, alla sua voce tranquilla, alla sua forte mano. E ormai non temeva più che qualcosa o qualcuno la potesse separare da lui.
Per la prima volta nella sua vita si era innamorata. Ma la guerra non si era fermata. Anche in Germania si susseguivano incalzanti i bombardamenti notturni, comparivano nella città gruppi di combattenti feriti, il comportamento dei sorveglianti era sempre più inquieto e preoccupato.
Giungevano voci di una prossima offensiva dell'esercito sovietico, dello sbarco di truppe americane ed inglesi, si diceva che ben presto Hitler sarebbe stato kaput e che la fine della guerra era imminente. Finalmente arrivò quel giorno da lungo tempo atteso: furono i soldati americani a liberare subito dalle milizie tedesche, oltre alle altre città, anche Erfurt e Zella-Mehlis.
Le ragazze esultavano, felici: presto sarebbero state a casa. Ma Anna era preoccupata: chi la aspettava là? Quale era la sua casa? E Francesco? Che ne sarebbe stato di loro adesso? Un giorno Francesco la guardò deciso e le chiese :”Che cosa dobbiamo fare, Anna?”. “Devi decidere tu”, rispose Anna.
“Io ho già deciso: tu vieni con me in Italia”“Ma chi sono io per te?” “Come chi? Sarai mia moglie... ci sposeremo qui... mi sono già interessato... ho già chiesto che cosa si deve fare”. E così, in quel maggio pieno di speranza dell'anno 1945, nel libro delle registrazioni dei matrimoni della città tedesca di Zella-Mehlis, fu celebrato il matrimonio di due cittadini del mondo, l'ucraina Anna K. e l'italiano Francesco C.
La buona, affezionata Matilda Ascenbach donò alla promessa sposa un ricco corredo, tenuto gelosamente nascosto negli anni di guerra; tutti, amici e conoscenti, augurarono loro un futuro senza divisioni, senza difficoltà. I felici sposi erano già pronti a partire per l'Italia, quando improvvisamente il capriccioso destino preparò loro una prova ancora più difficile: era giunta la comunicazione che la regione tedesca di Erfurt era passata sotto la zona di occupazione sovietica. E presto comparvero anche i nuovi padroni.
Finalmente per i deportati italiani era arrivata la fine della 'schiavitù'; erano liberi.In un torrido giorno di agosto del 1945 una lunga colonna di automezzi carica di ex deportati italiani partiva su una rovente strada asfaltata da Erfurt dirigendosi verso l'Italia. Nell'autocolonna costituita da autocarri militari insieme a Francesco e ai suoi amici si era messa in viaggio anche lei, la ragazza proveniente da Rossiskji, dall'Ucraina, Anna K. diventata ora Anna C. Sul grosso automezzo insieme ai fagotti degli ex militari avevanotrovato posto anche le sacche che contenevano il suo corredo.
Ma una brutta sorpresa li attendeva al posto di controllo al confine tra la zona sovietica e quella americana. Venivano controllati i documenti, particolar attenzione veniva dedicata alle donne. Dieci di loro, che erano state cittadine sovietiche, furono trattenute; tra loro c'era anche Anna. Anna e Francesco spiegarono ai militari la loro situazione, mostrarono i documenti che comprovavano il loro matrimonio, insistettero, supplicarono. Non servì a nulla; vigeva l'assoluto divieto di lasciare passare ai cittadini sovietici i confini della zona occupata. Per di più,se Anna fosse incappata in militari sovietici, sarebbe stata subito mandata in Siberia. Anna si sentiva perduta, si sentiva perduto anche Francesco. Era inutile insistere. Finsero di accettare l'ineluttabile, ma non si arresero. Dovevano trovare un modo per risolvere la difficile situazione.
“Anna, tu non aver fretta di tornare in Urss. Se anche sarai costretta, ricorda che hai con te i documenti delmatrimonio. Io prima o poi ti seguirò, ti raggiungerò”. Così Francesco cercava di tranquillizzare lei e se stesso.“Non dimenticarmi”, piangeva lei.
“Verrò presto a prenderti, mi rivolgerò alle autorità...niente ci separerà”“Io ti aspetterò”.La colonna si rimise in moto, ed Anna con lo strazio nel cuore rimase al posto di smistamento.
Sopraggiunse una notte soffocante, disturbata da tormentosi pensieri: fu allora che Anna pensò di fuggire.Si trovava tra le ex deportate anche una coraggiosa compagna di Anna, Svetlana, che, conosciuto il progetto di fuga, decise di unirsi all'amica. (Anche lei ora vive in Italia, non lontano da Anna).
Tolti dalle loro sacche soltanto i documenti e lo stretto necessario, approfittando del fatto che la sorvegliantes'era allontanata per fumare, le due donne balzarono fuori, a piedi nudi, dalla loro baracca, s'allontanarono il più possibile e si nascosero nell'oscurità del bosco. La folta erba umida di rugiada proteggeva la loro fuga e fino al mattino le due fuggiasche corsero senza mai fermarsi, lontano dal malaugurato confine, inseguendo l'autocolonna in cerca dei loro mariti.
Non sapevano che la notizia della loro fuga era già stata diramata per radio, perciò quando raggiunsero lastrada, senza preoccuparsi oltre, stanche com'erano rallentarono il passo. Avevano percorso circa 50 chilometri. Alla fine della giornata, nelle vicinanze di un villaggio, s'imbatterono in alcuni ragazzini ed Annachiese loro “Che territorio è questo?”. “Americano” risposero i ragazzi. “E non è passata una colonna di prigionieri?”. “Si, è passata poco fa”. Affrettarono il passo e poco dopo con grande gioia raggiunsero la colonna che si era fermata momentaneamente.
Ma qui le aspettava una nuova spiacevole sorpresa. Francesco non c'era: non sopportando la separazione dalla giovane moglie si era fatto dare in prestito da un tedesco una bicicletta ed era tornato indietro fino a quel maledetto posto di confine per mettere in salvo la moglie indifesa.
Ora era lei che stava in ansia nel timore che gli fosse capitato qualche grave intoppo. Ma per fortuna tutto sirisolse felicemente e Francesco ritornò sano e salvo, soltanto molto preoccupato.Anna al posto di confine non c'era; era fuggita; la stavano cercando. Ma quale non fu la sua gioia, quanti mai furono gli abbracci, quando gli amici gli condussero la sua Anna sana e salva!
Finalmente al confine con l'Italia, al di là del valico del Brennero, estenuati dalla lunga tappa a piedi, gli exdeportati furono fatti salire su di un treno che li portò fino a Verona. Per Anna e Francesco, che avevano percorso, per lo più a piedi, tanti chilometri in terre sconosciute, non poteva certo presentare alcuna difficoltà l'arrivare a Bergamo da Verona. Qui li attendevano con un misto di ansietà e di gioia i genitori di Francesco.
Avevano saputo da una lettera che egli sarebbe arrivato con la moglie, una ucraina. Anch'essi erano arrivati a piedi dal loro paese che distava circa cinque chilometri dalla città. I mezzi pubblici non funzionavano ancora neppure a Bergamo.E qui, a coronamento di tutte le sofferenze, di tutte le umiliazioni, di tutta l'angoscia per la lontananza e la nostalgia della propria terra, tutti i reduci che si trovavano là furono accolti da una folla festante: da un altoparlante risuonava tutto attorno la musica; suonavano allegre le bande cittadine, da qualche posto attraverso il chiaro cielo estivo si diffondevano le più note canzoni sentimentali, delle quali la più struggente per chi arrivava e per chi accoglieva era la canzone di Beniamino Gigli: “Mamma, son tanto felice quando ritorno date...”.
Gli ex deportati, ora veramente liberi, si salutavano, si disperdevano, dirigendosi ognuno verso la sua città o il suo paese. Era appena finita una lunga, disastrosa guerra. Ma era finita. Cominciava una nuova vita. Però s'accorsero che, in mezzo all'allegro frastuono provocato da chi accoglieva i reduci col desiderio di far sentire il calore dei fratelli italiani, per la maggior parte i rimpatriati erano troppo stanchi per festeggiare. Come Anna e Francesco, avevano percorso chilometri e chilometri di strada. Provenivano da diverse parti della Germania, alcuni come Anna e Francesco dai campi di lavoro, dagli stabilimenti tedeschi, altri dalle prigioni; erano inaspriti dalle privazioni e dai lunghi patimenti, dalla lontananza dalla loro terra e dalla loro casa. Anna e Francesco, che avevano preso parte a tutte queste sofferenze, si sentivano però più fortunati. Si erano incontrati, si erano aiutati nei momenti più difficili, si preparavano a vivere insieme in un clima di pace, a costruire il loro futuro in questa bella Italia, che era pronta ad accogliere anche Anna per non lasciarla più vagare sola per le vie insidiose del mondo.
Già da mezzo secolo ormai, nei verdi dintorni del paese di V. non lontano da Bergamo, abita la ragazza di Rossiskij, Anna K., diventata ora Anna C., compaesana degli abitanti di V. che, dapprima incuriositi, poi stupiti, in seguito ammirati, cominciarono pian piano a conoscerla e a considerarla una di loro.
La vita all'inizio non fu facile, come non fu facile per nessuno nel primo dopoguerra. Ma poi, con la tenacia tipica dei bergamaschi, le cose pian piano migliorarono. Francesco riprese il suo lavoro nell'officina di attrezzi elettrici dove era occupato prima della guerra. Anna superò egregiamente diverse difficoltà, a cominciare dalla lingua, che qui non era solo l'italiano, ma anche il dialetto bergamasco, difficile da capire e ancor più difficile da pronunciare.
Ma ora chi volesse andare a trovare Anna e Francesco, li troverebbe in una bella e comoda casa di loro proprietà, circondata da giardino e orto, coltivati con molta cura. Hanno due figli e tre nipoti: tutti hanno studiato o studiano ancora, ma fra la matematica e la letteratura hanno lasciato un posto anche alla lingua russa. Stanno bene dal punto di vista economico. Perciò Anna in questi momenti in cui l'Ucraina si trova in difficoltà, organizza aiuti per la gente bisognosa di là. Tutto il paese l'aiuta: i commercianti le portano indumenti pesanti, perché sanno che in Ucraina fa freddo; le farmacie le mandano medicinali, alimenti per la prima infanzia e altri prodotti utili.
Anna con la collaborazione della figlia e delle amiche confeziona grossi pacchi, parte spesso con un camioncarico verso la sua terra e distribuisce gli aiuti agli ospedali e alle varie comunità bisognose. E non solo il suopaese natio trae beneficio da questi aiuti, ma anche altre città quali Tetiev, Skvir, Belij Zerkov, Kiev e ultimamente, dopo la tragedia di Cernobil, anche gli abitanti di quella zona. Quando i pacchi vengono spediti per posta, si devono superare ostacoli burocratici doganali. Ma c'è sempre qualcuno in Ucraina che dà una mano in questo, come per esempio il primario dell'ospedale rionale di Tetìev, Boris Ivanovic Zadirak.
Ultimamente così egli ha scritto: “Riscalda il cuore il pensiero che in qualche posto lontano, dietro i monti e imari, vicino alla città italiana di Bergamo, ci sia una donna ucraina che non dimentica la terra patria...”.
A queste parole Anna, commossa risponde : “Ora io ho due patrie: l'Ucraina e l'Italia”. 1Marussia Galmozzi Cremaschi nasce nel 1919 a Torre Boldone, in provincia di Bergamo. Il padre, Ferruccio Galmozzi, è un primario medico di Torino e la madre, Elisabetta Ghelfenbein, è una cittadina russa, originaria di Odessa in Ucraina, laureatasi in medicina a Torino. Marussia frequenta il Liceo classico Paolo Sarpi a Bergamo e quindi la facoltà di Lettere classiche dell'Università cattolica di Milano, dove si laurea nel 1941. Sposa un compagno di università, Carlo Cremaschi, che, dopo alcuni anni di insegnamento, già da tempo impegnato politicamente, viene eletto deputato all'Assemblea costituente e poi al Parlamento, nel partito democristiano.
Anche Marussia insegna, ma, divenuta madre, sceglie di lasciare la professione per dedicarsi alla famiglia: avrà 10 figli. Conserva però la passione per lo studio e la conoscenza delle lingue straniere, specialmente del russo lingua natale della madre e traduce nel corso degli anni diversi testi dal russo all'italiano: tra i libri più noti il volume su Giacomo Quarenghi, dedicato all'architetto bergamasco che aveva lavorato in varie località della Russia e in particolare a San Pietroburgo. Attualmente Marussia sta preparando un altro volume, Antonio Rinaldi, dedicato anche questo ad un architetto attivo a San Pietroburgo e in altri centri minori.