UCRAINA OGGI
UCRAINA OGGI
Voglio un Marito Italiano (Edizioni il Punto d'Incontro)
Il racconto in breve
Eroina del romanzo è una ragazza ucraina dai capelli color miele, occhi azzurri e un nome tipicamente slavo: Svetlana.
Svetlana nasce e vive per tutta la sua giovinezza in un quartiere di Kharkov, città nord-orientale di un’Ucraina che conosce un cambiamento epocale, non comprensibile a noi occidentali nemmeno a studiarlo sui libri o a sentirlo raccontare: cade l’Unione Sovietica con tutto il suo sistema di valori e punti di riferimento che quel sistema politico, sociale ed economico portava con se.
Succede l’indipendenza di un’Ucraina acerbamente democratica che deve affrontare i problemi di transizione: urge una conversione dell’economia e una completa ristrutturazione dell’assetto sociale.
Il potere politico e culturale del paese ora ha come centro di riferimento non più Mosca ma Kiev.
Un cambiamento colossale che ha portato agli ucraini maggiore miseria di prima e parecchie difficoltà da risolvere.
Priva ormai delle ricchezze e del sostegno dei “grandi fratelli russi” la repubblica dai campi di grano e dell’avanguardia del settore siderurgico e militare dell’URSS, a partire da questo momento ha dovuto vedersela da sola. Mosca non avrebbe più aiutato e neppure perdonato il “solito tradimento ucraino” e avrebbe goduto cinicamente, nel corso degli anni a venire, nel vedere Kiev in difficoltà e aspettando il suo ritorno a braccia aperte.
Tutto questo mentre l’Europa ignorava il problema e pensava all’Ucraina a una nazione finta, una nazione fasulla e surrogata della “Grande Russia” mentre l’America, più coinvolta, aiutava finanziariamente e a fini strategici gli oligarchi del paese.
Oligarchi che non hanno mai fatto niente di rilevante per la loro popolazione.
La nazione ucraina è riuscita comunque ad andare avanti costretta per lo più a stringere i denti: chi continuando a lavorare, chi affidandosi a lavori meno nobili e più redditizi come il reclutamento in qualche clan mafioso dei nuovi oligarchi, chi con dolore emigrando dal paese diretto in Occidente, nella Federazione Russa o in Israele.
Svetlana vive con una madre costretta a lavorare assiduamente per mantenere se stessa e la figlia (il padre muore in modo stupido, come capita spesso a tanti alcolizzati). E’ una realtà dura, dove la povertà è endemica e il paese sembra in balia dell’anarchia sociale.
Già da bambina, fortunatamente, a Svetlana succede qualcosa che segnerà il suo destino:
si innamora.
Non di una persona ma di un paese e di una cultura diversa: il suo cuore decide di amare l’Italia.
Sedotta dal piccolo completino Made in Italy e dalle canzoni dolci, dalle fiabe italiane ai quadretti che dipingevano paesaggi solari e gente allegra spensierata, Svetlana si creerà un mondo suo, una sua idea ricca di fantasia e di sogno, al riparo dalle difficoltà e malumori della vita quotidiana.
Passano gli anni e Svetlana sarà costretta a interrompere gli studi per lavorare come venditrice di abbigliamento al mercato cittadino; conduce la sua vita in una routine di lavoro cha l’ammazza psicologicamente, intervallata solamente da una profonda delusione amorosa.
Finché sopravviene un fatto miracoloso e per un gioco del destino riesce a partire nel paese che aveva. sempre sognato: l’Italia
r Svetlana si riaccendono le speranze di una vita che vuole per se ricca e stimolante.
Molte cose le accadono nel nostro paese, molte avventure la attendono ma sempre tutte difficili, finanche crudeli, quasi tutte protese a mettere in discussione e infrangere i suoi sogni che sin da bambina ha coltivato: poter vivere felice nel paese che ha sempre corteggiato.
L’animo di Svjeta (diminutivo di Svetlana) però non si arrende alle tristi vicissitudini che le capitano e, con un pizzico di fortuna, si imbatte nel sentimento più grande e nobile di tutti: l’amore.
Per la dolce ragazza ucraina inizia così una nuova vita in compagnia di un ragazzo italiano, nel paese che il suo cuore e il destino, da tempo, avevano già scelto per lei.
Pareri Personali
Voglio un Marito Italiano è un bellissimo romanzo che narra una storia di amore vera, fuori da ogni calcolo premeditato per ottenere la cittadinanza da un matrimonio combinato. E’ quindi fortemente e volutamente in contrasto con lo stereotipo che vuole le donne dell’est (come appunto le ucraine) delle ciniche approfittatrici che utilizzano la loro bellezza in modo spietato e immorale.
Svetlana è come una di quelle ragazze ucraine che ho avuto il piacere di conoscere: dolce, con una forte carica emotiva e saldi valori morali.
A questo si aggiunga l’intelligenza che condivide con altre sue connazionali e una bellezza composta (e per questo irresistibile).
Marina Sorina ci descrive in modo molto obiettivo la realtà del suo paese cogliendone aspetti negativi e comici, ma molte volte ponendo in risalto anche la nobiltà e la generosità d’animo del suo popolo. E nelle descrizioni dei paesaggi e delle quotidianità ucraine si scorge anche la nostalgia e la malinconia tipica dell’emigrante: una nostalgia che attanaglia e stringe il cuore.
Del resto questo sentimento lo conosce bene l’autrice che da anni vive ormai in Italia.
Ecco perché Svetlana diviene simbolicamente la portavoce dei sentimenti e dei pensieri tipici dell’emigrato: il pensiero va ai cari genitori in patria, alle abitudini e agli odori di casa.
Compagna della malinconia è la nostalgia che si fa forte al ricordo di quei giorni in cui la ragazza festeggiava i compleanni con la madre o per quei momenti in cui poteva immergersi tranquillamente nella lettura dei suoi amati libri.
C’è da commuoversi per i sentimenti di Svetlana e il lettore si accorgerà ogni tanto di volerla abbracciare, consolare o di sedersi con lei solamente per farle compagnia.
Da clandestina a vendemmiatrice, fino a coprire il ruolo di badante in una famiglia medio/borghese di Verona ottusa e umanamente squallida, Svetlana sarà costretta a subire parecchie umiliazioni, tra cui il classico pregiudizio italiano di vedere la donna dell’est solamente come una prostituta o una badante.
E la sua lotta sarà anche fisica per chi vorrà abusare di lei, ma la fortuna la assiste sempre nei momenti più insperati.
Svetlana ci crede sempre, crede sempre in una via d’uscita, crede soprattutto all’esistenza della sua Italia immaginata sin da bambina (cui poi ne farà diretta esperienza anche se in una forma meno edulcorata).
Svetlana avrà la sua ricompensa perché in mezzo alla cattiveria e alle difficoltà che avrebbero potuto farla cambiare radicalmente nell’animo, lei rimane pura.
E di questa sua purezza se ne accorge Franco, il suo uomo italiano, nei primi mesi di convivenza. Ricordandosi del loro primo incontro le dirà, parafrasando la frase di una canzone di Lucio Battisti: “sembravi un angelo caduto dal cielo”.
L’autrice farà dire a Svetlana ciò che con ogni probabilità, molte volte essa stessa pensa degli italiani, ma sono appellativi e difetti che potrebbero rimproverarci anche altri stranieri. Tra di essi spicca la nostra superficialità, la freddezza (tipica del nord Italia), l’irresponsabilità e la cortesia d’apparenza.
Svetlana per molta parte del libro viene chiamata Lucia, traduzione italianizzata del suo nome slavo (svet, luce).
Si sa che questo meccanismo di fare propri i nomi stranieri è diffuso più o meno in ogni cultura, un po’ perché per pigrizia si cerca di evitare di complicarsi la vita con suoni e consonanti astrusi ma a
volte, va sottolineato, decidere unilateralmente di non chiamare una persona straniera col suo nome originale è un atto irrispettoso che nega la vera identità e tende a negare e opprimere le sue differenze culturali.
Ma la protagonista forse, attraverso il meccanismo dell’accettazione del suo nome italianizzato, cercherà lei stessa di diventare parte della cultura dominante in cui si trova inserita.
Scoprendo poi che questo non è possibile o almeno non particolarmente desiderabile: non ci si può fondere simbioticamente in un’altra cultura senza annullare del tutto se stessi e il proprio passato.
Presa coscienza di ciò, Svetlana ritorna a farsi chiamare con il suo vero nome e in questa sua decisione giocherà anche la sensazione di sentirsi accettata e apprezzata dal suo ragazzo italiano nonostante la sua alterità.
Esilarante e tragicomica l’analisi della realtà del paesaggio ucraino con i pulmini scassati, le commesse svogliate dietro ai banconi di vendite, le toilette terrificanti delle stazioni di servizio degli autobus e le stucchevoli piante di plastica appese ai muri.
Anche la gioventù ucraina è descritta in modo ironico: i giovani maschietti con il culto del machismo fintamente disinvolti nelle loro canottiere bucherellate e la birra in mano, finti bulletti che fanno finta di non assecondare le giovani ragazze dall’abbigliamento sfrontato e tacchi a spillo vertiginosi.
A mio parere per chi non si è mai approcciato direttamente all’Ucraina, c’è molto da imparare leggendo questo libro: sull’anima della sua gente, sulle fatiche, il loro recente vissuto anche grazie ai moltissimi aneddoti e curiosità che rivelano con piacevole leggerezza le abitudini di questo amorevole popolo.
Soprattutto viene messo a nudo il vero carattere e sentimento delle donne ucraine, quasi tutte splendidamente tradizionaliste, fiere, materne, graziosamente educate e con un forte senso del dovere verso la famiglia e la comunità di cui fanno parte.
Marina Sorina scrivendo questo romanzo ha fatto uno splendido omaggio alle sue connazionali rendendo giustizia alle molte donne ucraine che hanno vissuto e anche raggiunto i loro autentici desideri preservando dignità e onore.
Farò parlare il libro infine, attraverso un pensiero di Svetlana che, a mio avviso, rende perfettamente l’idea dei sentieri ambivalenti di molte altre ragazze ucraine verso la loro gente:
“questa è la mia gente, facce note, abitanti di case uguali che vestono abiti uguali, mangiano sempre le stesse cose e guardano la stessa trasmissione in TV. Basta un’occhiata per capire quanti anni hanno, che lavoro fanno, dove stanno andando, di che umore sono. Un mare di umanità comprensibile, avvolgente, a volte soffocante, ma sempre sincera e schietta, anche troppo.
Potevo dire che erano tutti uguali da far schifo, potevo dire che erano tutti simili, i miei simili.
Potevo chiamarli rozzi, oppure ingenui. Potevo definirli primitivi, oppure genuini. Potevo rimproverarli di essere attaccati l’un l’altro, dipendenti dalla comunità, troppo invasivi e conformisti. Potevo invece ricordare come questa tendenza a fare comunella mi aveva salvata quando ero capitata in una brutta situazione. Ma pensai che lo stesso spirito comunitario aveva spinto le mie connazionali a darmi una mano…”
P.S. il libro è stato pubblicato solo quattro anni fa ed è fuori catalogo. Il mio consiglio è quello di cercarlo comunque e ovunque in qualche libreria della vostra città oppure on-line.




LA CASA EDITRICE E' "PUNTI D'INCONTRO" DI VICENZA IL PREZZO DEL LIBRO E' € 5,96